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Benedusi : “Devi costringere la macchina a fare quello che vuoi”

Abbiamo incontrato Settimio Benedusi pochi minuti prima della conferenza che ha tenuto il 21 novembre al Palazzo del Governatore. La nostra chiacchierata è andata così.

Settimo Benedusi, ben tornato: “Beh, veramente è la prima volta che vengo qui…”.
No, dicevo ben tornato agli eventi della Casa della Fotografia: “Ah, ecco. In quel senso…ma sono io che devo ringraziare voi”.
Che rapporto ha con Parma: “Ottimo. Sono venuto anche di recente per un concerto di Vinicio Capossela al Teatro Regio…un grande artista in un luogo quasi mitico”.
Siamo di fronte a un melomane? “Non esattamente. Ho fatto un lavoro per il Corriere della Sera sulla Casa Verdi di Milano e mi ha impressionato la grandezza di quell’uomo. Essere qui, al centro dei luoghi che lo hanno ispirato, è una grande emozione”.

Benedusi, cosa vuol dire che fotografare è facile per tutti, ma non per i fotografi? “Vuol dire che oggi tutti fotografano e tutti credono di essere capaci di fotografare. Magari chi sa fotografare sul serio, si pone il problema di quanto sia difficile…”.
C’è in circolazione un libro del docente universitario americano Tom Nichols che si intitola The Death of Expertise e parla del fatto che oggi gli esperti e i loro pareri non sono più considerati. Quasi tutti sono convinti di poter fare da soli: “Sì, è una tematica che mi è familiare. Ma penso che anche uno scrittore, un giornalista sappia di cosa sto parlando. Oggi tutti fotografano e tutti scrivono…”.

Torniamo al fatto che fotografare è facile, o almeno qualcuno lo crede. C’è una interessante teoria dello scrittore di Fantascienza Theodore Sturgeon che sostiene che, in qualsiasi campo, il 90% di quello che viene fatto è mediocre: “Beh, non gli si può dare torto. C’è un sacco di rumore di sottofondo e non è facile andare a scovare la qualità”.
Quindi, cosa propone? “Un decalogo…”.
Un manuale delle istruzioni? Ce ne sono già tanti: “Ma no, non un decalogo tecnico. Io parto dalla considerazione che la fotografia rappresenta il grande linguaggio della contemporaneità. Tutti abbiamo in tasca una macchina fotografica e come si fotografa riguarda tutti. Quando fotografiamo, diciamo qualcosa di noi. Quindi, cerchiamo di farlo bene”.
In sintesi: “Facciamo un parallelo con la scuola. Abbiamo iniziato tutti dalle elementari, poi siamo stati alle medie, alle superiori. Qualcuno ha fatto anche l’Università…”.

Settimio Benedusi fotografo come nasce? “Nasce giovanissimo. La cosa che mi dà grande soddisfazione ricordare, è che io a 12 anni sapevo già cosa avrei fatto da grande…”.
Il fotografo, giusto? “Mio padre mi ha regalato la prima macchina fotografica e io a 12 anni mi sono costruito la prima camera oscura. La mia carriera vera e propria è iniziata a 20 anni, quando mi sono trasferito da Imperia a Milano”.
Faccia attenzione, perché se parla ai millenials di camera oscura, possono pensare che si riferisca a un film del terrore: “Ah, ma io la uso ancora adesso. Scatto spesso a pellicola”.
Però oggi per quasi tutti la foto è digitale. E con le macchine digitali si scatta, si verifica e, se non piace, si cancella: “Con la tecnologia di oggi è praticamente impossibile sbagliare. Ma questo non è una garanzia di qualità, piuttosto si tratta di un ostacolo”.
In che senso? “Facciamo un esempio: se qui fuori ci fosse un cavallo ben addestrato, sarebbe facile montarlo. Il cavallo ci porterebbe a spasso senza pericoli. Ma con un problema: ci porterebbe ovunque, tranne dove vogliamo noi. Con una macchina digitale è lo stesso. Ha una sua autonomia, la puoi programmare perché prevenga i tuoi errori. Ma così la foto è della macchina, non tua. A meno che tu, come fotografo, non abbia un progetto. Devi avere la forza di costringere la macchina a fare quello che vuoi”.

Chiudiamo tornando a Parma. Non le pare che questa città sia un po’ una rappresentazione ideale dell’Italia di oggi? Capitale della qualità della vita negli anni ’90 del secolo scorso, poi la decadenza, il Comune commissariato e la vittoria dei Cinque Stelle alle elezioni: “Questa rappresentazione, mi inquieta un po’…”.
Proviamo così: Parma ha ancora il diritto di vantarsi di essere un centro culturale? “Direi che la vocazione culturale non è in dubbio. L’Italia è il Paese dei 1000 campanili, quindi tutte le città ritengono di avere una loro unicità. Ma qui siamo al centro di tutto. Parma è capitale del cibo, della musica. Dunque, è al centro della cultura. Ha splendidi palazzi ed è una città di provincia. Quindi, rappresenta davvero l’Italia. Perché l’Italia migliore è quella della Provincia. Non quella delle metropoli”.